Utopia?

Luciano Puzzo, ovvero dell’arte come utopia

“Ovunque l’uomo vive ancora nella preistoria…
L’effettiva genesi non è all’inizio, ma alla fine…
Quando l’uomo si sia afferrato… allora nasce nel mondo
qualche cosa che rifulge a tutti nella fanciullezza”
E. Bloch

“E dunque, se non hai altre notizie
di questo regno, inventale”
U. Eco

“Nel buio nero diventa così
palese. Così luminosamente bianca.
Un bagliore”
J. Fosse

Il vero è l’intero, sosteneva Hegel. Luciano Puzzo la pensa allo stesso modo, anche se il suo discorso non si colloca certamente all’interno del panlogismo del filosofo tedesco.
L’intero è il rapporto che l’uomo contemporaneo ha stabilito e stabilisce con la natura. Come sappiamo tutti, un rapporto mortifero. Ecco dunque che, nel lavoro del nostro, è costantemente sottolineata l’opera distruttiva del (cosiddetto) Sapiens.
Un esempio per tutti: Scioglimento. Un’onda di piombo parte da sinistra, facendo avanzare un crepitio nero che annuncia la marcia ostinata della devastazione. A scapito, ovviamente, della bellezza pura del ghiaccio, innocente nel suo biancore.
Godendo di questo quadro, sembra di leggere Francesco Scarabicchi: “Cadrà sempre la neve in ogni tempo, / sarà bianca com’era, fresca e intatta / nasceranno bambini dai suoi fiocchi /…al paese incantato inesistente” (1). L’onda di piombo si incarna poi in quello che possiamo chiamare l’”indicatore oscuro”. Un “indicatore” sempre presente, che punta diabolico a negare la vitalità di tutto ciò che incontra. Ancora un solo esempio. Grande Bosco. L’”indicatore”, con alle spalle l’infaticabile “materia oscura”, punta alla liquidazione del bosco, ancora ricco delle sue mille erbe, foglie, escrescenze che vorrebbero perdurare tutte nel loro “slancio vitale”. Altro elemento costantemente presente in Puzzo, è la figura geometrica posta al centro di ogni lavoro.
Eloquentissimo è il discorso affidato a Sogno in blu oltremare. Vediamo di che si tratta.
Questo quadro è trionfalmente e provocatoriamente spaccato a metà; da una parte il mare sotto assedio della “materia nera”. Dall’altra lo splendore essenziale e incontaminato della geometria. Il fantasma grandioso di Piet Mondrian aleggia lì dovunque il nostro evoca la purezza geometrica. Cosa intende Puzzo per “geometria”? Siamo, intenzionalmente, all’opera aperta. L’artista si dichiara d’accordo con Umberto Eco; l’opera è ambigua; vive di una pluralità di significati che convivono in un solo significante. Necessita pertanto l’intervento del fruitore che è chiamato a dire la sua.
A maggior ragione quando si parla di qualcosa che investe il destino di tutti: appunto il futuro del pianeta nel quale il Sapiens vive ed opera. Le ipotesi, a nostro parere, si riducono sostanzialmente a due; o la “geometria” indica la ragione umana che, finalmente, decide di salvare il pianeta. Oppure, sulla scia di Martin Heidegger, si rinvia tutto all’intervento dell’Assoluto, di Dio; infatti, il filosofo ha affermato che solo un Dio ci può salvare. Chi scrive ha la pretesa di entrare, attraversando le opere, all’interno della mente di Luciano Puzzo.
Riteniamo che la geometria amata dal nostro, altro non sia se non la ragione di un essere umano deciso a salvare insieme sé stesso e il “pianeta azzurro”. Il discorso, a questo punto, si fa vertiginoso. L’arte attua, qui ed ora, l’utopia; la ricerca si presenta, appunto, come utopia realizzata. La geometria è logica ritrovata, una comunione perfetta fra l’uomo e la natura; una logica che non manca di abbracciare anche la tenerezza e la poesia. Si osservi bene Alba di un sogno. La “materia ferrigna” è ormai ai margini; una carezza amorevole si stende sovrana e, in alto a destra, la luce sogna in termini di essenza. Tutto ciò accade perché il pittore è anche un poeta e quindi si accosta alla natura in termini lirici. Rimandiamo il fruitore a Scripta manent. Un libro che nasce dall’esigenza sentita dal nostro di raccontare il proprio vissuto artistico attraverso riflessioni, pensieri e poesie. Scrive: “Ho raccolto una foglia, era a terra, solitaria, senza più un ramo a cui aggrapparsi. Il vento aveva deciso di porre fine al suo tempo” (2). Ora proprio perché sa bene che la natura è soggetta al tempo e alla sua macchina di distruzione, vuole che l’uomo non ci si metta a deturpare, addizionalmente, la bellezza di un mondo già di per sé destinato a finire. Ecco perché, avvicinatosi a Mondrian, se ne allontana immediatamente non condividendo il platonismo raggelato del pittore teosofo.
Proseguiamo verso ulteriori scoperte. Luciano Puzzo non ha letto Un bagliore di Jon Fosse, eppure svela il mistero che ha assillato lo scrittore norvegese in questo suo piccolo e prezioso capolavoro. Fosse racconta di un uomo al volante; si è inoltrato nel fitto di una boscaglia; la macchina è rimasta bloccata nel fango.
Improvvisamente una sagoma bianca, splendente, miracolosa. Un’apparizione nel suo inusitato bagliore. Come dicevamo, lo scrittore non spiega cosa sia una tale luce; lo spiega invece il pittore.
Il bagliore è, lo ripetiamo con forza, l’utopia fattasi carne; così nell’opera di Puzzo l’impossibile della salvezza è divenuto possibile; anzi certo e del tutto vero. Indipendentemente dai dati storici reali, il Cristo della Trasfigurazione di Raffaello è veramente circonfuso di luce. Lo stesso vale, ovviamente più modestamente, per il nostro autore. Dopo la “morte di Dio”, gran parte degli artisti si occupa ormai solo dell’uomo; così il pittore siciliano. È, a questo punto e in conclusione, che incontra Giacomo Leopardi e ragiona con il recanatese.
Cosa fa la poesia per l’autore dello Zibaldone? Canta il nulla; lo svela e lo trattiene; trattenendolo lo domina. Puzzo parte dal disastro compiuto dal Sapiens e, attraverso l’arte, canta il nulla che l’uomo ha scatenato. Il canto, il suo canto, vince però l’orrore perché già adesso esalta e celebra la strada che tutti dovremmo prendere.
A dispetto degli “indicatori oscuri” di cui spesso ha parlato, rende il suo discorso un indicatore abbagliante che spalanca l’unica strada percorribile. Una via, attraverso la quale, sarebbe possibile godere ancora Raffaello, Leopardi e le fatiche stesse di Luciano Puzzo.

Robertomaria Siena

Note
1. F. Scarabicchi, L’esperienza della neve, Donzelli, Roma 2003, p. 52
2. L. Puzzo, Scripta manent, Copyright, L. Puzzo, Roma 2022, p. 24